Ecco i 5 comportamenti online che rivelano una persona insicura, secondo la psicologia

Parliamoci chiaro: tutti controlliamo quanto ha performato quel post che ci stava particolarmente a cuore. Tutti abbiamo dato una sbirciatina al profilo di qualcuno che sembrava avere una vita più interessante della nostra. E tutti, ma proprio tutti, abbiamo fatto almeno una volta quella cosa imbarazzante di cancellare una storia dopo venti minuti perché non aveva abbastanza visualizzazioni. Benvenuti nel club degli esseri umani nel 2024.

Ma quando questi comportamenti smettono di essere occasionali e diventano un loop infinito? Quando il tuo rapporto con i social media inizia a sembrare più una relazione tossica che un modo per restare in contatto con gli amici? Ecco, è lì che la psicologia alza la mano e dice: “Amico, forse dovremmo parlarne”.

Gli studi sul rapporto tra social media e benessere psicologico hanno iniziato a individuare alcuni pattern ricorrenti, comportamenti che non sono sintomi di una malattia ma possono essere segnali di un’autostima fragile. E no, non stiamo parlando di fare diagnosi dal divano di casa basandoci su quanti selfie posta la tua amica. Stiamo parlando di capire come alcuni modi di usare i social possano rivelare – e purtroppo anche alimentare – un senso di insicurezza che magari non sapevamo nemmeno di avere.

Primo Comportamento: Il Contatore Ossessivo di Like e Visualizzazioni

Sai quella sensazione quando pubblichi una foto e per i successivi trenta minuti non riesci a pensare ad altro? Ricarichi l’app ogni due minuti. Conti i like. Li riconti. Ti chiedi perché Marco ha messo il cuoricino ma Sara no, cosa avrà voluto dire? Ogni notifica è una scarica di adrenalina, ogni nuovo like una piccola vittoria personale. E quando i numeri non crescono come speravi, quella vocina nella tua testa inizia a sussurrare cose poco carine tipo “vedi, non interessi a nessuno”.

La ricerca scientifica ha un nome per questo meccanismo: autostima esternalizzata. In pratica significa che stai usando i feedback esterni – in questo caso like, cuoricini, visualizzazioni – come termometro del tuo valore personale. Studi condotti da diversi team di psicologi hanno dimostrato che le persone con un’autostima più fragile tendono proprio a fare così: cercano conferme continue dall’esterno perché la certezza del proprio valore dall’interno scarseggia.

La cosa interessante è che i social sono letteralmente progettati per sfruttare questo meccanismo. Le notifiche, i contatori visibili, i “mi piace” che arrivano a intermittenza: tutto questo attiva nel nostro cervello gli stessi circuiti della ricompensa che si accendono quando riceviamo altre gratificazioni sociali. Uno studio del 2016 di Sherman e colleghi ha mostrato che quando gli adolescenti vedono foto con molti like, si attivano le aree cerebrali legate al sistema dopaminergico, quello del piacere e della ricompensa. Il problema? Quando basiamo il nostro senso di valore su questi numeri ballerini, stiamo costruendo una casa su sabbie mobili.

Il campanello d’allarme non è controllare occasionalmente come sta andando un post. È quando questo controllo diventa compulsivo, quando i numeri bassi ti rovinano davvero la giornata, quando non riesci a goderti un’esperienza perché sei troppo concentrato su come documentarla per ottenere il massimo delle reazioni. Lì, forse, c’è qualcosa che vale la pena esplorare.

Secondo Comportamento: La Sindrome del Post Cancellato

Scrivi un pensiero brillante. Ci pensi su. Aggiungi una foto. Cambi la didascalia. Rileggi tutto. Finalmente premi “pubblica”. E poi… panic mode. Dopo dieci minuti nessuno ha commentato, due persone hanno messo like di cui una è tua madre, e tu sei già lì con il dito sul pulsante “elimina”. Cancellato. Come se non fosse mai esistito. Come se tu potessi far finta che nessuno l’abbia visto, anche se in realtà quaranta persone l’hanno già visualizzato e tre si stanno chiedendo perché diavolo l’hai cancellato.

Benvenuto nel mondo dei safety behaviors, o comportamenti di sicurezza. La psicologia li ha studiati a lungo nel contesto dell’ansia sociale: sono tutte quelle cose che facciamo per proteggerci dal giudizio degli altri, per minimizzare il rischio di fare brutta figura. Rileggiamo ossessivamente prima di postare. Modifichiamo la didascalia tre volte. Cancelliamo rapidamente se non vediamo la reazione sperata. Scriviamo messaggi lunghissimi e poi li cancelliamo senza inviarli.

Il grande inganno di questi comportamenti è che sembrano aiutarci. Pensiamo: “Se controllo tutto alla perfezione, non potrò sbagliare”. Ma la ricerca psicologica, in particolare gli studi di Clark e Wells sull’ansia sociale, dimostra esattamente il contrario. Ogni volta che mettiamo in atto un safety behavior, stiamo mandando a noi stessi il messaggio che effettivamente c’è qualcosa da cui proteggersi, che il pericolo è reale. E così l’ansia, invece di calmarsi, si rinforza.

Nel contesto dei social questo diventa un circolo vizioso. Cancelliamo un post perché “non ha funzionato”, confermando a noi stessi l’idea che dobbiamo essere perfetti e che il giudizio degli altri è l’unica cosa che conta davvero. E la prossima volta che vogliamo pubblicare qualcosa? L’ansia sarà ancora più forte, il bisogno di controllo ancora più intenso. È una ruota che gira sempre più veloce, e sempre più stancante.

Terzo Comportamento: L’Ossessione per Filtri e Perfezione Digitale

Facciamo un gioco. Prova a pensare all’ultima foto che hai pubblicato senza nessun tipo di modifica, filtro o ritocco. Ne hai trovata una? No? Ecco, non sei solo. L’uso di filtri è ormai talmente normale che quasi ci dimentichiamo di starli usando. Ma c’è una bella differenza tra applicare un filtro perché ci piace l’effetto estetico e non riuscire letteralmente a pubblicare una foto “al naturale” perché l’idea ci provoca una vera e propria ansia.

Uno studio longitudinale del 2019 condotto da McLean e colleghi ha seguito nel tempo un gruppo di adolescenti, analizzando il loro uso dei social media in relazione all’immagine corporea. I risultati? L’uso dei social orientato al confronto con gli altri – soprattutto sul piano dell’aspetto fisico – è risultato associato nel tempo a una minore soddisfazione per il proprio corpo e a un calo dell’autostima legata all’aspetto. Non una correlazione momentanea, ma un effetto che si mantiene e si rafforza.

Quando ricorriamo in modo massiccio a filtri, app di ritocco, angolature studiate e illuminazione perfetta, stiamo inviando un messaggio molto chiaro al nostro inconscio: “Così come sei non vai bene. Devi modificarti per essere accettabile”. È un messaggio potente e insidioso, che ripetiamo a noi stessi ogni singola volta che applichiamo quel filtro che ci assottiglia il viso, ci schiarisce la pelle, ci ingrandisce gli occhi. Creiamo una versione idealizzata di noi stessi che esiste solo online, e intanto il divario tra chi siamo veramente e chi pensiamo di dover essere diventa sempre più ampio.

Diverse ricerche hanno collegato questa tendenza alla perfezione digitale con forme di autostima condizionata all’aspetto e con una maggiore vulnerabilità ai disturbi dell’immagine corporea. E ha senso: se il nostro valore dipende da quanto siamo “belli” secondo standard spesso irrealistici, e se per raggiungere quegli standard dobbiamo ricorrere a modifiche digitali, stiamo giocando una partita che non potremo mai vincere davvero.

Quarto Comportamento: L’Iper-Presenza da Paura dell’Abbandono

Conosci quella persona che pubblica tipo quindici storie al giorno? Che commenta sotto ogni singolo post che vede? Che condivide meme continuamente, posta aggiornamenti a ogni ora del giorno, risponde a tutte le storie altrui in tempo reale? Magari quella persona sei tu, e magari non ti sei mai chiesto perché senti questo bisogno quasi compulsivo di essere costantemente presente e visibile online.

La psicologia dell’attaccamento offre una chiave di lettura affascinante. Gli stili di attaccamento – i modelli con cui ci relazioniamo agli altri, formatisi nell’infanzia – influenzano anche il nostro comportamento online. E gli studi hanno trovato qualcosa di molto interessante: le persone con uno stile di attaccamento ansioso usano i social in modo particolare. Pubblicano più frequentemente, interagiscono di più, e sono molto più preoccupate dei feedback che ricevono.

Lo stile di attaccamento ansioso è caratterizzato da una forte paura dell’abbandono e del rifiuto, accompagnata da un bisogno continuo di rassicurazioni. Nella vita offline questo può tradursi in domande costanti tipo “mi vuoi ancora bene?”, “sto dicendo cose noiose?”, “sei arrabbiato con me?”. Online assume la forma dell’iper-presenza: “Se posto, mi vedono. Se mi vedono, pensano a me. Se pensano a me, non mi dimenticheranno”.

Ricerche condotte da Oldmeadow e colleghi nel 2013, e successivamente da altri team, hanno confermato questa correlazione. Le persone con attaccamento ansioso tendono a usare Facebook e altre piattaforme come una sorta di ancora di salvezza emotiva, un modo per sentirsi connessi e ricordati. Il problema? Questa strategia non risolve mai davvero l’ansia di base. Anzi, spesso la alimenta, perché richiede uno sforzo costante e la paura di essere dimenticati non si placa mai del tutto.

L’iper-presenza diventa così una fatica infinita: devi sempre postare, sempre commentare, sempre esserci, altrimenti “e se mi dimenticano?”. Ma più ti impegni in questa presenza compulsiva, più diventi dipendente da essa, in un circolo che non ti lascia mai davvero tranquillo.

Quale di questi comportamenti fai più spesso sui social?
Conto i like
Cancello post subito
Filtri sempre attivi
Scroll notturno infinito
Commento tutto compulsivamente

Quinto Comportamento: Lo Scroll Infinito del Confronto Sociale

Sono le undici e mezza di sera. Dovevi andare a letto un’ora fa perché domani mattina devi svegliarti presto. Invece sei lì, nel letto, illuminato dalla luce blu dello schermo, a scrollare. Guardi le vacanze da sogno di quella conoscente. La casa perfetta di quell’influencer. La relazione apparentemente idilliaca di quella coppia che segui. Il successo professionale di quel tizio che ha iniziato la carriera insieme a te e adesso guadagna il triplo. E ogni immagine, ogni storia, ogni post è una piccola stilettata: “Perché io no? Perché la mia vita è così banale? Cosa sto sbagliando?”.

Il confronto sociale è un fenomeno che esiste da sempre. Ma i social media lo hanno portato a livelli mai visti prima nella storia dell’umanità. Ogni giorno siamo esposti a centinaia di versioni filtrate, selezionate e ottimizzate della vita altrui. E il nostro cervello, che si è evoluto in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori dove ci confrontavamo con qualche decina di persone al massimo, ora deve gestire il confronto con migliaia di vite apparentemente perfette.

Una meta-analisi condotta da Marino e colleghi nel 2018, che ha sintetizzato i risultati di decine di studi precedenti, ha trovato una correlazione chiara: l’uso problematico dei social media è associato a sintomi depressivi, ansia e bassa autostima, specialmente tra i giovani. Il confronto sociale e la ricerca di approvazione online sono meccanismi chiave che collegano l’uso eccessivo dei social al malessere psicologico.

Il punto è che quando ci confrontiamo con gli altri online, stiamo facendo un confronto strutturalmente truccato. Confrontiamo il nostro “dietro le quinte” – con tutte le insicurezze, le fatiche, i momenti brutti che solo noi conosciamo – con il “best of” degli altri, la raccolta dei loro momenti migliori accuratamente selezionati e presentati. È come paragonare un intero film al trailer: ovvio che il trailer sembra meglio, contiene solo le scene più spettacolari!

Ma quando l’autostima è fragile, questa consapevolezza razionale non basta. La parte emotiva del cervello prende il sopravvento, e ogni scroll diventa un’ulteriore conferma della propria inadeguatezza. Studi su Instagram e confronto sociale hanno mostrato che l’esposizione a contenuti idealizzati è collegata a sentimenti più intensi di inadeguatezza e a peggioramento dell’umore, soprattutto quando prevale il confronto “verso l’alto”, cioè con persone che percepiamo come superiori a noi.

Non È una Diagnosi, È uno Specchio

Quindi, ti sei riconosciuto in uno o più di questi comportamenti? Prima di entrare in panico, respira. Riconoscersi in questi pattern non significa “sei una persona insicura con un problema grave”. Significa semplicemente che sei umano, vivi nel 2024, e usi strumenti che sono letteralmente progettati per attivare queste dinamiche psicologiche.

Gli esperti sono chiari su questo punto: i social media non creano insicurezza dal nulla. Quello che fanno è amplificare vulnerabilità che già esistono. Funzionano come una lente d’ingrandimento sulle nostre fragilità. Se abbiamo già qualche difficoltà con l’autostima nella vita reale, è molto probabile che queste difficoltà si manifestino anche online, magari in forme nuove e amplificate.

La differenza tra un’abitudine occasionale e un pattern problematico sta in tre dimensioni: intensità, frequenza e impatto sulla vita quotidiana. Una cosa è controllare i like a un post che ti stava particolarmente a cuore. Tutt’altra cosa è sentirsi profondamente male, ansiosi o depressi per ore se un contenuto non “performa” bene. Una cosa è usare un filtro perché ti piace l’effetto. Tutt’altra cosa è provare vera ansia all’idea di pubblicare una foto senza pesanti ritocchi.

Quello che conta è quanto questi comportamenti influenzano il tuo benessere, quanto ti fanno stare male, quanto interferiscono con la tua vita reale. Se ti accorgi che stai passando ore a scrollare provando solo invidia e inadeguatezza, se l’idea di ricevere pochi like ti rovina la giornata, se non riesci più a goderti un momento bello senza l’impulso di documentarlo e condividerlo, forse è il momento di fare qualche domanda scomoda a te stesso.

Riprendersi il Controllo del Proprio Feed e della Propria Autostima

La buona notizia è che la consapevolezza è già il primo passo verso il cambiamento. Riconoscere questi pattern nel proprio comportamento non è un segno di debolezza, ma di forza. Significa che stai guardando onestamente a te stesso e al tuo rapporto con il digitale, e questo è coraggioso.

Alcuni studi hanno testato interventi molto semplici per migliorare il rapporto con i social. Una ricerca del 2018 condotta da Hunt e colleghi ha fatto un esperimento: ha chiesto a un gruppo di studenti universitari di limitare l’uso dei social media a trenta minuti al giorno per tre settimane. Il risultato? Diminuzione significativa di solitudine e sintomi depressivi rispetto al gruppo di controllo che continuava a usare i social normalmente. Trenta minuti. Non zero, non “cancella tutto e vivi in un eremo”. Solo una riduzione consapevole.

Puoi iniziare con piccoli esperimenti personali. Pubblica qualcosa e poi resisti alla tentazione di controllare le reazioni per qualche ora. Osserva cosa succede dentro di te: quanto è forte l’impulso? Che emozioni emergono? Puoi provare a condividere una foto meno “perfetta” del solito. Puoi lasciar passare un giorno intero senza postare nulla e notare come ti senti. Questi micro-cambiamenti possono rivelarti moltissimo su quanto sei dipendente dalla validazione digitale.

La ricerca scientifica è chiara: quando siamo noi a decidere intenzionalmente come usare i social – e non il contrario – la nostra salute mentale ne beneficia. Un uso moderato, intenzionale e orientato alla connessione autentica è spesso associato a effetti neutri o persino positivi. È l’uso passivo, compulsivo, guidato dal confronto e dalla ricerca di approvazione che tende a farci stare peggio.

Costruire un’Autostima che Non Dipende dai Like

Il vero lavoro, però, non sta solo nel cambiare come usiamo i social. Sta nel costruire un senso di valore che viene da dentro, non da fuori. Un’autostima che si basa su chi sei veramente – con i tuoi valori, i tuoi interessi, le tue relazioni vere, le tue esperienze – non su quanti cuoricini rossi ricevi su Instagram.

Gli studi psicologici parlano di autostima “contingente” versus autostima “stabile”. L’autostima contingente è quella che dipende da fattori esterni: performance, aspetto, successo, approvazione altrui. È instabile per definizione, perché fluttua in base a variabili che spesso non controlli. L’autostima stabile, invece, si fonda su un senso di valore più profondo e interno, meno vulnerabile alle tempeste dell’approvazione sociale.

Costruire un’autostima stabile richiede tempo e, spesso, un lavoro su se stessi che va oltre i social. Significa investire in relazioni reali, profonde, dove puoi mostrarti vulnerabile. Significa coltivare interessi e competenze che ti danno soddisfazione indipendentemente da quanto sono “instagrammabili”. Significa passare tempo faccia a faccia con persone che ti apprezzano per chi sei davvero, non per la versione curata che presenti online.

Ricerche condotte in contesti diversi confermano che le relazioni offline di qualità e il tempo dedicato ad attività significative sono associati a migliori indicatori di benessere psicologico rispetto al tempo passato sui social. Non è una questione di demonizzare il digitale, ma di riequilibrare, di ricordare che la parte più importante della nostra vita non è quella che finisce online, ma quella che viviamo quando lo schermo è spento.

Questi cinque comportamenti – il controllo ossessivo dei like, la cancellazione ansiosa dei post, l’ossessione per la perfezione filtrata, l’iper-presenza compulsiva e lo scroll infinito del confronto – non sono etichette da appiccicare a qualcuno. Sono segnali, campanelli d’allarme che possono dirci qualcosa di importante su come ci sentiamo rispetto a noi stessi e su come stiamo usando strumenti che sono diventati parte integrante della nostra vita.

Riconoscere questi comportamenti non è il punto di arrivo, ma il punto di partenza per una relazione più sana con il digitale e, cosa ancora più importante, con noi stessi. È l’inizio di una maggiore consapevolezza delle nostre vulnerabilità, dei nostri bisogni reali e di cosa conta davvero per noi al di là delle metriche algoritmiche. Siamo molto più della somma dei nostri post. Il nostro valore non aumenta o diminuisce in base a numeri su uno schermo. E la vita vera, quella che conta davvero, quella che ricorderemo quando saremo vecchi, si svolge lontano dagli schermi, nelle connessioni autentiche, nelle esperienze vissute pienamente, nei momenti imperfetti e per questo bellissimi che non hanno bisogno di filtri per avere significato.

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