Tuo figlio adolescente chiude la porta in faccia e non parla più: quello che fai dopo può rovinarlo per sempre

Quando nostro figlio compie tredici, quattordici anni, qualcosa dentro di noi si spezza. Quella creatura che abbiamo protetto con ogni fibra del nostro essere inizia a voler attraversare la strada da sola, a chiudere la porta della camera, a prendere decisioni che ci escludono. E noi, genitori, ci troviamo di fronte a un bivio doloroso: lasciare andare o stringere ancora di più. Troppo spesso scegliamo la seconda opzione, convinti di proteggere, quando in realtà stiamo imprigionando.

Il paradosso della protezione: quando amare significa limitare

La sovraprotezione genitoriale non nasce dalla cattiveria, ma da un amore malinteso che si trasforma in controllo. In psicologia questo stile è stato descritto come genitorialità elicottero, un modello educativo in cui i genitori monitorano e intervengono in modo eccessivo nella vita dei figli, soprattutto nelle situazioni di difficoltà. Una revisione della letteratura pubblicata su Current Opinion in Psychology da Chris Segrin e Michelle Flora nel 2019 descrive questo approccio come una forma di coinvolgimento ipervigilante che riduce le opportunità dei figli di sperimentare autonomia e gestione degli errori.

Il problema è che ogni volta che risolviamo un problema al posto loro, mandiamo un messaggio implicito: non sei capace, hai bisogno di me. Numerosi studi collegano questo stile educativo a un minor senso di autoefficacia nei figli, cioè la fiducia nelle proprie capacità di affrontare le sfide. Ad esempio, Schiffrin e colleghi, in uno studio pubblicato sul Journal of Child and Family Studies nel 2014, hanno riscontrato che livelli più alti di genitorialità iperprotettiva negli studenti universitari sono associati a minore benessere, maggiore ansia e minore percezione di competenza personale.

I segnali invisibili della gabbia dorata

Non sempre la sovraprotezione si manifesta in modo evidente. Non sono solo i genitori che accompagnano i figli diciottenni ovunque o che scelgono i loro vestiti. Esistono forme più sottili, quasi invisibili, che minano l’autonomia: anticipare sistematicamente i bisogni del figlio prima che lui li esprima, rispondere alle sue domande prima ancora che le formuli completamente, mediare ogni conflitto con amici, insegnanti o allenatori senza permettergli di gestire la situazione. Oppure prendere decisioni insieme ma indirizzando sempre verso la scelta che riteniamo più sicura, giustificare ogni suo fallimento con cause esterne, evitando che sviluppi responsabilità personale.

Questi comportamenti rientrano in ciò che alcune ricerche definiscono controllo psicologico genitoriale, associato a maggiore sintomatologia ansiosa e depressiva negli adolescenti, come documentato da Barber nella sua analisi pubblicata su Child Development nel 1996.

Il costo nascosto dell’iperprotezione

Diversi studi longitudinali mostrano che la combinazione di controllo e bassa autonomia concessa ai figli è collegata a esiti peggiori in termini di salute mentale e adattamento sociale in adolescenza e prima età adulta. Un lavoro di Nicole B. Perry e colleghi pubblicato su Child Development nel 2018 ha seguito bambini dalla prima infanzia alla preadolescenza: un’eccessiva direzione e controllo da parte dei genitori a 2 anni prediceva, a 10 anni, minori capacità di regolazione emotiva e maggiore rischio di problemi comportamentali e difficoltà nelle relazioni con i pari.

In modo coerente, diverse ricerche su adolescenti e giovani adulti mostrano che livelli elevati di iperprotezione sono associati a maggiore ansia, depressione e difficoltà nelle relazioni interpersonali, insieme a minore senso di autoefficacia e autonomia percepita. Segrin e colleghi, in uno studio pubblicato su Family Relations nel 2013, hanno documentato queste correlazioni in modo sistematico.

Quando un adolescente non ha mai sperimentato il fallimento in un ambiente relativamente sicuro e supportivo, il minimo ostacolo può diventare un muro difficile da affrontare. La teoria dell’autoefficacia di Albert Bandura sottolinea che la fiducia di una persona nelle proprie capacità nasce soprattutto dall’aver affrontato compiti difficili e averli gestiti, anche passando attraverso errori e frustrazione. Non sapere come gestire la frustrazione può avere effetti più problematici della frustrazione stessa, perché priva i ragazzi di uno strumento chiave di adattamento.

La paura che ci paralizza: cosa temiamo davvero?

Dietro ogni genitore iperprotettivo c’è una paura legittima ma mal gestita. Temiamo che nostro figlio soffra, che fallisca, che venga giudicato, che compia errori irreparabili. Ma soprattutto, temiamo di essere considerati cattivi genitori se non interveniamo.

Questa pressione sociale è amplificata anche dai social media, che offrono una vetrina continua di famiglie apparentemente perfette e figli sempre performanti. Studi sulla genitorialità nell’era digitale mostrano che l’esposizione costante alle rappresentazioni idealizzate della vita familiare online può aumentare il senso di inadeguatezza e l’ansia legata al ruolo genitoriale, come documentato da Coyne e colleghi in una ricerca pubblicata su Computers in Human Behavior nel 2017.

La neuroscienziata Mary Helen Immordino-Yang dell’University of Southern California ha scritto diffusamente del modo in cui le pressioni sociali e culturali influenzano il nostro modo di vivere emozioni come l’orgoglio, la vergogna e il senso del dovere, anche nel contesto educativo e genitoriale. In questo quadro, molti genitori sperimentano una sorta di ansia performativa, sentendo di dover dimostrare la propria competenza attraverso i risultati dei figli.

Costruire ponti invece di muri: strategie per promuovere l’autonomia

Il metodo dei rischi graduali

L’autonomia non si concede tutta insieme. È un processo graduale che richiede pianificazione. Un approccio coerente con i principi della psicologia dello sviluppo e dell’educazione consiste nel proporre compiti via via più complessi, mantenendo un sostegno discreto sullo sfondo. Questo è in linea con il concetto di zona di sviluppo prossimale di Lev Vygotskij, secondo cui i bambini e gli adolescenti crescono quando affrontano attività leggermente oltre ciò che sanno già fare da soli, con un supporto adeguato.

Potete iniziare identificando tre aree in cui vostro figlio potrebbe assumere maggiore responsabilità: una piccola, una media e una che vi spaventa un po’. Può essere gestire autonomamente i compiti, organizzare uscite con gli amici o amministrare una piccola somma mensile. L’importante è comunicare fiducia: so che puoi farcela, e se avrai bisogno di aiuto, sarò qui.

Insegnare il problem solving, non fornire soluzioni

Quando vostro figlio vi porta un problema, resistete all’impulso di risolverlo. Fate domande invece: come pensi di poter affrontare questa situazione? Quali opzioni vedi? Cosa potrebbe succedere se provassi questa strada? Questo tipo di supporto rientra nello scaffolding, un concetto chiave nella psicologia dello sviluppo che descrive il sostegno temporaneo fornito dall’adulto per aiutare il ragazzo a risolvere compiti che da solo non sarebbe ancora in grado di affrontare. Il concetto è stato sviluppato da Vygotskij e approfondito da Wood, Bruner e Ross in una ricerca pubblicata sul Journal of Child Psychology and Psychiatry nel 1976.

Lo scaffolding, se ben calibrato, favorisce lo sviluppo di competenze cognitive ed emotive, perché permette al ragazzo di sentirsi autore della soluzione, pur avendo beneficiato di una guida.

Celebrare i fallimenti produttivi

Cambiate la narrazione in famiglia. Invece di chiedere com’è andata, provate con cosa hai imparato oggi? Condividete anche i vostri fallimenti e come li avete gestiti.

La psicologa Carol Dweck dell’Università di Stanford ha mostrato in numerosi studi che i ragazzi che vedono l’errore come opportunità di apprendimento sviluppano una mentalità di crescita, associata a maggiore resilienza, impegno e capacità di persistere di fronte alle difficoltà. Blackwell, Trzesniewski e Dweck hanno documentato nel 2007 su Child Development come questa mentalità predica migliori risultati accademici durante la transizione adolescenziale.

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Quando i nonni complicano l’equazione

Un aspetto spesso trascurato è il ruolo dei nonni in questa dinamica. In molte famiglie italiane, i nonni sono figure presenti e attive e possono rappresentare una risorsa importante di sostegno emotivo e pratico. Allo stesso tempo, se i messaggi educativi non sono coerenti, può nascere confusione nel ragazzo: ad esempio, quando un nonno interviene sistematicamente per evitare che il nipote sperimenti una conseguenza educativa concordata con i genitori, o quando vizia in modo eccessivo a scapito dell’autonomia.

La ricerca sulle relazioni intergenerazionali mostra che il coinvolgimento dei nonni è generalmente associato a esiti positivi per bambini e adolescenti, purché vi sia coerenza educativa e comunicazione chiara tra adulti. Attar-Schwartz e colleghi, in uno studio pubblicato sul Journal of Family Issues nel 2009, hanno documentato l’importanza di questa coerenza nelle famiglie con entrambi i genitori biologici.

I nonni possono sostenere al meglio lo sviluppo se condividono gli obiettivi educativi dei genitori e se il loro amore si esprime nel favorire l’autonomia, non nel sostituirsi nelle decisioni.

Il coraggio di lasciarli cadere

Permettere a nostro figlio di sbagliare, di sentirsi frustrato, di affrontare le conseguenze naturali delle proprie scelte è un atto d’amore profondo. Richiede più coraggio che intervenire, più fiducia che controllo. Le teorie sull’autonomia e sulla motivazione, come la teoria dell’autodeterminazione di Deci e Ryan, mostrano che i ragazzi che sperimentano sostegno all’autonomia da parte dei genitori sviluppano maggiore benessere psicologico, motivazione intrinseca e capacità di autoregolarsi.

Gli adolescenti che sviluppano autonomia non sono quelli a cui è stato risparmiato ogni ostacolo, ma quelli che hanno imparato a rialzarsi con il sostegno emotivo, non operativo, dei genitori.

La vera protezione non consiste nell’evitare che cadano, ma nell’assicurarsi che, quando cadono, sappiano come rialzarsi. E questo lo si impara solo cadendo, con qualcuno che crede in te abbastanza da non prenderti subito in braccio, ma da aspettare che tu ci provi da solo prima di tendere la mano.

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