Cosa significa se una persona cambia spesso lavoro, secondo la psicologia?

Hai presente quella tua amica che ogni volta che la incontri ha un nuovo badge aziendale appeso al collo? O quel collega che aggiorna LinkedIn più spesso di quanto tu aggiorni le tue foto profilo? Ecco, parliamo di loro. Ma soprattutto, parliamo di cosa diavolo succede nella loro testa quando premono “invia” su quella lettera di dimissioni per la quinta volta in tre anni.

Perché sì, c’è chi cambia lavoro con la stessa disinvoltura con cui altri cambiano canale TV, e no, non è sempre un problema. Anzi, a volte è proprio il contrario. La psicologia moderna ha dato un’occhiata più da vicino a questi nomadi professionali e ha scoperto che dietro ogni curriculum che sembra un romanzo d’avventura si nascondono motivazioni che vanno dalla genialità strategica al grido d’aiuto silenzioso.

Preparati, perché quello che stai per leggere potrebbe farti rivalutare completamente il tuo giudizio su chi salta da un’azienda all’altra come se giocasse a campana.

Benvenuti nell’Era del Job Hopping: Dove Cambiare È la Nuova Stabilità

Iniziamo con un dato che farà storcere il naso a tua nonna: secondo il Workforce Change Report 2023 di LinkedIn, i professionisti della Generazione Z cambiano lavoro in media ogni 2,1 anni. I millennial? Ogni 2,6 anni. E se lavori nel tech, congratulazioni: la tua media probabilmente rasenta i due anni o meno.

Questo significa che il mercato del lavoro moderno ha completamente riscritto le regole del gioco. Quello che una volta veniva etichettato come “instabilità cronica” oggi viene applaudito come “adattabilità strategica”. Le aziende stesse lo sanno: assumere qualcuno che ha visto quattro realtà diverse in sei anni significa portare in casa competenze diversificate, network più ampi e una capacità di problem solving che chi è rimasto nella stessa scrivania dal 2010 probabilmente non ha.

Ma attenzione, perché qui arriva il colpo di scena: non tutti quelli che cambiano spesso lavoro lo fanno per gli stessi motivi. E qui le cose si fanno interessanti dal punto di vista psicologico.

La Differenza Tra Chi Avanza e Chi Scappa

Gli esperti di psicologia del lavoro hanno individuato due categorie molto diverse di persone che cambiano frequentemente impiego. Pensa a loro come a due facce della stessa medaglia, ma con valori completamente opposti.

Da una parte ci sono i cambiatori strategici: quelli che ogni mossa è calcolata come una partita a scacchi. Vogliono uno stipendio più alto? Cambiano. Hanno bisogno di imparare una nuova competenza che la loro azienda attuale non può offrire? Cambiano. Sentono che i loro valori personali non combaciano più con la cultura aziendale? Indovina? Cambiano. Uno studio pubblicato sul Journal of Vocational Behavior nel 2018 ha dimostrato che questi “functional job hoppers” ottengono aumenti salariali medi tra il 10% e il 20% ad ogni transizione, oltre a riportare una soddisfazione lavorativa complessivamente più alta nel lungo periodo.

Dall’altra parte ci sono i fuggiaschi seriali: quelli per cui cambiare lavoro è più una reazione che una scelta. Scappano dalla noia, dai conflitti irrisolti, dalle aspettative che sentono schiaccianti, o semplicemente dall’incapacità di sopportare la quotidianità della routine. Una meta-analisi su Personnel Psychology del 2016 ha collegato questi cambiamenti reattivi a performance più basse nel tempo e a un’instabilità che si autoperpetua come un serpente che si morde la coda.

La domanda chiave quindi non è “quante volte hai cambiato lavoro?” ma piuttosto “perché l’hai fatto?”

Cosa C’entra la Tua Personalità con Tutto Questo

Se hai mai fatto uno di quei test di personalità online, probabilmente hai sentito parlare del Big Five, il modello psicologico che divide la personalità umana in cinque grandi dimensioni. Bene, questi cinque tratti hanno un sacco da dire sul tuo rapporto con il cambiamento professionale.

Le persone con alta apertura all’esperienza sono praticamente programmate per cercare la novità. Il loro cervello si accende come un albero di Natale quando c’è qualcosa di nuovo da imparare, da esplorare, da capire. Per loro, rimanere nello stesso ruolo per dieci anni è come chiedere a un bambino iperattivo di stare seduto fermo per tre ore: tecnicamente possibile, ma estremamente doloroso. Uno studio classico di Judge pubblicato su Personnel Psychology nel 1999 ha dimostrato che chi ha punteggi alti in apertura mentale tende naturalmente verso carriere dinamiche e cambia lavoro più spesso, con risultati generalmente positivi.

Poi c’è la coscienziosità, o meglio, la sua assenza. Chi ha punteggi bassi in questo tratto tende a essere più impulsivo, meno orientato alla pianificazione a lungo termine e più propenso a mollare quando le cose diventano troppo strutturate o prevedibili. Lo stesso studio di Judge ha confermato che la bassa coscienziosità correlava positivamente con il turnover volontario e negativamente con la capacità di rimanere a lungo nello stesso posto.

Quindi no, non è che sei “strano” se cambi spesso lavoro. Potresti semplicemente avere un cervello che funziona in un modo che rende la stabilità tradizionale meno attraente o addirittura soffocante.

Il Growth Mindset: Quando Cambiare È Crescere

Carol Dweck, psicologa di Stanford diventata famosa per le sue ricerche sulla motivazione, ha introdotto un concetto che spiega perfettamente perché alcune persone vedono ogni nuovo lavoro come un’opportunità piuttosto che come un rischio: il growth mindset, o mentalità di crescita.

Chi ha questo tipo di mentalità crede profondamente che le proprie capacità possano espandersi attraverso l’impegno e l’esperienza. Nel suo libro del 2006 “Mindset: The New Psychology of Success”, Dweck spiega come questa prospettiva trasformi completamente il modo in cui affrontiamo le sfide. Nel contesto lavorativo, significa vedere ogni nuovo ruolo come un’occasione per diventare una versione migliorata di se stessi.

Uno studio del 2014 pubblicato sul Journal of Applied Psychology ha dimostrato che le persone con growth mindset sono significativamente più adattabili professionalmente e meno soggette alla stagnazione. Per loro, cambiare lavoro non è scappare: è evolversi. Non stanno correndo via da qualcosa, stanno correndo verso qualcosa di più grande.

Quando Però le Cose Si Fanno Complicate

Ora dobbiamo parlare anche del lato meno luminoso della medaglia, perché la psicologia non sarebbe tale se non andasse a ficcare il naso anche nelle parti scomode.

Il perfezionismo disadattivo è uno di quei meccanismi che dall’esterno sembra virtuoso ma dall’interno è una trappola. Queste persone hanno standard così elevati che nessun ambiente lavorativo può mai soddisfarli. Il capo non è abbastanza competente, i colleghi non sono abbastanza motivati, l’azienda non è abbastanza innovativa. Risultato? Saltano da un posto all’altro alla ricerca di una perfezione che esiste solo nella loro testa. Una ricerca di Egan pubblicata su Clinical Psychology Review nel 2011 ha associato il perfezionismo maladattivo a tassi elevati di turnover e distress psicologico sul lavoro.

Poi c’è il burn-out, quel mostro moderno che colpisce soprattutto chi dà troppo senza ricevere abbastanza in cambio. Il problema è che il burn-out viaggia con te come un bagaglio invisibile. Ti bruci in un posto, cambi sperando che il prossimo sia diverso, ma porti con te gli stessi meccanismi di gestione dello stress e gli stessi pattern relazionali disfunzionali. Uno studio longitudinale del 2017 sul Journal of Occupational Health Psychology ha dimostrato che senza un intervento consapevole, il ciclo del burn-out si ripete con una precisione quasi matematica.

E poi c’è l’elefante nella stanza che molti ignorano: l’ADHD non diagnosticato. Per chi vive con questo disturbo dell’attenzione, la routine e la ripetitività non sono solo noiose, sono neurologicamente intollerabili. Il cervello ADHD ha bisogno di stimoli più intensi e variati per funzionare al meglio. Una review del 2018 pubblicata sul Journal of Attention Disorders conferma che l’ADHD è fortemente associato a instabilità lavorativa e permanenza ridotta nello stesso ruolo. Per queste persone, cambiare spesso non è una scelta volontaria ma un tentativo inconsapevole di auto-regolare il proprio sistema nervoso.

A Volte È l’Ambiente Che Fa Schifo, Non Tu

Diciamo una cosa che troppo spesso viene dimenticata: non tutti i posti di lavoro meritano la tua fedeltà. Punto.

Perché hai cambiato lavoro l’ultima volta?
Crescita e carriera
Noia cronica
Ambiente tossico
Burn-out
Non lo so davvero

Ci sono ambienti oggettivamente tossici là fuori. Capi che praticano micromanagement al limite del controllo ossessivo, culture aziendali dove il mobbing è la norma, colleghi che scaricano le loro frustrazioni su chiunque capiti a tiro. Riconoscere quando una situazione è dannosa per la tua salute mentale e agire di conseguenza non è instabilità: è intelligenza emotiva.

Chi cambia lavoro per allontanarsi da queste dinamiche sta facendo una scelta di auto-protezione psicologica perfettamente legittima. L’unico campanello d’allarme suona quando finisci ripetutamente in situazioni identiche. A quel punto la domanda diventa: sto scegliendo male, oppure c’è qualcosa nel mio modo di relazionarmi che attira o crea queste dinamiche?

Career Adaptability: La Competenza del Futuro

Mark Savickas, uno dei nomi più grossi della psicologia vocazionale contemporanea, ha sviluppato un concetto che ribalta completamente la prospettiva tradizionale: la career adaptability, ovvero la capacità di adattarsi con successo ai cambiamenti professionali.

Nella sua Career Construction Theory del 2005, Savickas identifica quattro dimensioni fondamentali: la preoccupazione per il proprio futuro professionale, il controllo sulle proprie scelte di carriera, la curiosità verso nuove opportunità e la fiducia nelle proprie capacità di affrontare le sfide. Chi possiede queste caratteristiche non solo sopravvive ai cambiamenti, ma li cerca attivamente come occasioni di sviluppo.

In un mercato del lavoro sempre più fluido e imprevedibile, questa capacità di navigare tra posizioni diverse non è più un difetto da nascondere ma una competenza da valorizzare. Gli studi che hanno validato la Career Adaptability Scale, pubblicati sul Journal of Vocational Behavior nel 2009, confermano che queste persone fanno cambiamenti più consapevoli e costruttivi.

Il Lato Oscuro: Quando Cambiare Nasconde la Paura di Essere Visti

Ora tocca la parte che probabilmente nessuno vuole sentire ma che merita di essere detta: a volte cambiare spesso lavoro è un modo sofisticato per evitare l’intimità professionale.

Rimanere abbastanza a lungo in un posto significa che le persone ti conoscono davvero. Vedono non solo i tuoi successi ma anche i tuoi limiti. Ti chiedono di crescere in aree dove sei meno sicuro. Per chi ha una bassa autostima cronica, questa prospettiva è terrificante. È più sicuro andarsene prima che qualcuno scopra che “non sei bravo come sembri”.

Questo meccanismo si chiama evitamento ed è più comune di quanto pensi. Uno studio del 2015 pubblicato sul Journal of Counseling Psychology ha collegato la bassa autostima a pattern di turnover impulsivo. Funziona nel breve termine perché protegge dall’ansia di essere giudicati inadeguati, ma nel lungo termine impedisce proprio quella crescita e quella conferma di valore che la persona cerca disperatamente.

Le Domande Che Dovresti Farti

Se ti ritrovi in questo schema di cambiamenti frequenti, fermati un attimo e rispondi onestamente a queste domande:

  • Ogni volta che cambi, ottieni qualcosa di concreto e misurabile? Uno stipendio significativamente più alto, competenze specifiche che volevi acquisire, un ruolo più allineato con i tuoi valori? Se la risposta è sì, probabilmente stai facendo mosse strategiche intelligenti.
  • O scappi sempre quando arriva la parte difficile? Quando il progetto diventa impegnativo, quando emergono conflitti da gestire, quando la curva di apprendimento si appiattisce? Perché c’è una differenza enorme tra cercare sfide e fuggire dalle responsabilità.
  • Ritrovi sempre gli stessi problemi ovunque vai? Se ogni capo è “impossibile”, ogni ambiente “tossico” e ogni ruolo “deludente”, forse il problema non è là fuori ma nel modo in cui ti relazioni al lavoro.
  • Hai mai dato a un lavoro il tempo di mostrare i suoi frutti? Alcuni benefici e soddisfazioni arrivano solo dopo che hai superato la fase iniziale e costruito qualcosa di duraturo.
  • Come ti senti davvero quando cambi? Entusiasta e carico per la nuova avventura, o principalmente sollevato di essere fuggito da una situazione che sentivi insopportabile?

La Verità Scomoda: Non Esiste una Risposta Giusta

Ecco la parte che nessuno vuole ammettere ma che è assolutamente vera: non c’è un numero magico di cambi di lavoro che sia “giusto” o “sbagliato”. Non esiste un periodo minimo o massimo da rispettare. Tutto dipende dal contesto, dal settore, dalle tue motivazioni personali e da cosa quei cambiamenti rivelano sulla tua relazione con il successo e la stabilità.

Nel settore tecnologico, per esempio, cambiare azienda ogni due anni non solo è normale ma è spesso la strategia più intelligente per accelerare la carriera e massimizzare il compenso. In settori più tradizionali come la pubblica amministrazione o alcune professioni regolamentate, lo stesso comportamento potrebbe essere visto con più sospetto.

Ma alla fine, l’unica domanda che conta davvero è questa: stai guidando tu la tua carriera verso una direzione che desideri, o sei in balia di impulsi e paure che non hai mai avuto il coraggio di guardare in faccia?

Quando È il Momento di Chiedere Aiuto

Se cambiare lavoro è diventato un pattern che ti crea sofferenza, che mette a rischio la tua stabilità finanziaria o che ti lascia sempre con quella sensazione di vuoto e inadeguatezza, forse è arrivato il momento di parlarne con qualcuno che sa cosa sta facendo.

Uno psicologo specializzato in psicologia del lavoro può aiutarti a scavare sotto la superficie, a capire quali bisogni psicologici stai cercando di soddisfare o quali paure stai cercando di evitare. Può aiutarti a riconoscere i tuoi veri valori professionali e a sviluppare strategie più consapevoli per gestire la tua carriera senza sabotarti.

Non c’è assolutamente niente di sbagliato nel cercare supporto per capire meglio te stesso. Anzi, è probabilmente la decisione più matura e coraggiosa che tu possa prendere.

Cambiare o Restare: La Vera Domanda È Perché

Cambiare spesso lavoro non è né una medaglia al valore né una scarlet letter da portare con vergogna. È semplicemente un comportamento che può significare cose radicalmente diverse a seconda di chi lo mette in atto e perché.

Può essere il segno di una persona ambiziosa che sa il fatto suo e costruisce strategicamente la propria carriera come un architetto progetta un edificio. Oppure può essere la spia di dinamiche più complesse: la fuga da te stesso, l’incapacità di tollerare l’imperfezione, il bisogno neurologico di stimoli più intensi, o semplicemente la mancanza di una direzione chiara.

La domanda che dovresti farti non è “cambio troppo spesso?” ma “sto avanzando verso qualcosa che voglio, o sto scappando da qualcosa che temo?”. Le tue scelte professionali ti stanno portando verso una versione più realizzata e soddisfatta di te stesso, o ti tengono intrappolato in un ciclo ripetitivo di entusiasmo iniziale seguito da inevitabile delusione?

Solo tu puoi rispondere con onestà a questa domanda, ma farlo potrebbe rivelarti aspetti profondi non solo del tuo rapporto con il lavoro, ma del tuo modo di gestire la vita stessa. Perché alla fine, come gestiamo la nostra carriera è spesso uno specchio perfetto di come gestiamo tutto il resto: le relazioni, le sfide, i sogni, le paure.

E forse, proprio forse, non si tratta di trovare il lavoro perfetto o di rimanere nel posto giusto per il numero giusto di anni. Si tratta di capire chi sei, cosa vuoi davvero e avere il coraggio di costruire una vita professionale che abbia senso per te, non per gli standard di qualcun altro. Il resto sono solo righe su un curriculum.

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