Hai presente quella collega che ogni volta che porti a casa un risultato trova sempre il modo di ridimensionarlo? O quel tipo dell’ufficio accanto che crea gruppetti e coalizioni come se fosse ancora alle medie? Magari pensi che siano semplicemente antipatici o competitivi in modo malsano. Ma la verità è più profonda e decisamente più interessante: dietro questi comportamenti si nascondono meccanismi psicologici potenti che hanno poco a che fare con te e molto con le loro paure più nascoste.
Non stiamo parlando delle normali tensioni che capitano quando devi lavorare gomito a gomito con altre persone otto ore al giorno. Qui parliamo di sabotaggio vero e proprio: comportamenti ripetitivi e sistematici che minano le relazioni professionali e che, sorpresa sorpresa, spesso chi li mette in atto nemmeno se ne rende conto. È come se una parte inconscia del loro cervello avesse deciso che sei una minaccia da neutralizzare, anche se razionalmente non ha senso.
I Segnali di Allarme che Non Dovresti Ignorare
Prima di tuffarci nella psicologia che c’è dietro, facciamo chiarezza su cosa sia davvero il sabotaggio lavorativo. Non stiamo parlando di quella volta che un collega si è dimenticato di inviarti un file o di quando qualcuno ti ha fatto una battuta sarcastica in riunione. Il sabotaggio è un pattern, qualcosa che si ripete con una regolarità che ti fa pensare: “Ok, questo non è casuale”.
Esistono comportamenti specifici che caratterizzano questo tipo di dinamiche tossiche. La svalutazione sistematica è forse la più comune: ogni tuo successo viene minimizzato con commenti tipo “beh, in realtà non era così difficile” oppure “sì, ma hai avuto fortuna con il cliente giusto”. Poi ci sono le alleanze tossiche, quei gruppetti esclusivi dove si spettegola, si complotta e si crea un clima da “noi contro loro”. E non dimentichiamo l’evitamento strategico della collaborazione: quella persona che improvvisamente diventa introvabile quando c’è da lavorare insieme, che “non ha visto” le tue email o che trova sempre una scusa per non partecipare ai progetti condivisi.
Le persone sviluppano sintomi di stress post-traumatico quando lavorano in ambienti caratterizzati da queste dinamiche, insieme a confusione, rabbia, paura e insonnia causata dall’ansia. Non è roba da poco: parliamo di conseguenze reali sulla salute mentale e fisica, non solo di atmosfera spiacevole.
La Proiezione: Il Trucco della Mente per Non Guardarsi allo Specchio
Adesso arriva la parte davvero affascinante. Uno dei meccanismi psicologici più potenti dietro il sabotaggio lavorativo è la proiezione, un concetto che Freud ha reso famoso e che continua ad essere validissimo. In parole semplici: invece di ammettere a me stesso che ho paura di fallire, che mi sento inadeguato o che temo di non essere abbastanza bravo, proietto queste emozioni scomode su qualcun altro. Te, per esempio.
Funziona così: il tuo collega insicuro vede i tuoi successi e invece di pensare “wow, bel lavoro”, il suo cervello fa un cortocircuito. Il tuo successo gli ricorda troppo le sue paure personali, quelle che ha nascosto ben bene sotto il tappeto. E cosa fa? Inizia a sminuire quello che hai fatto, non perché tu abbia sbagliato qualcosa, ma perché deve ristabilire un equilibrio emotivo che sente minacciato. È tipo: “Se riesco a convincermi che tu non sei così bravo, allora io non sono così inadeguato come temo segretamente”.
Questa dinamica diventa particolarmente intensa quando la persona percepisce l’altro come una minaccia diretta alla propria rilevanza professionale. Non è competizione sana, quella che ti spinge a dare il meglio. È una reazione difensiva viscerale, quasi primitiva, che scatta a livello inconscio.
La Paura del Successo: Quando Vincere Fa Paura
Oddio, chi mai potrebbe aver paura del successo? Sembra assurdo, eppure è un fenomeno psicologico reale e incredibilmente diffuso. La paura del successo nasce da credenze profonde che spesso si formano nell’infanzia o attraverso esperienze passate dolorose: “Se avrò successo, gli altri mi invidieranno e mi abbandoneranno”, “Il successo mi renderà solo”, “Non merito di avere più degli altri”.
Nel contesto lavorativo questa paura si manifesta in due modi principali. Il primo è l’autosabotaggio classico: evitare le promozioni, procrastinare sui progetti importanti, ritirarsi dalla collaborazione proprio nel momento in cui si potrebbe brillare. È come avere un freno a mano tirato che impedisce di accelerare quando la strada è libera.
Il secondo modo è più subdolo: sabotare le relazioni con chi invece ha successo, perché il loro successo rappresenta una minaccia alla propria zona di comfort psicologica. Se il collega bravo mi ricorda che io ho paura di emergere, la soluzione inconscia è tenerlo lontano o sminuirlo. Chi soffre di questa dinamica tende a creare alleanze con persone che condividono lo stesso livello di “sicurezza nell’insuccesso”, quei gruppi dove tutti si lamentano, dove chi si impegna viene etichettato come “leccapiedi” e dove l’ambizione è vista come qualcosa di negativo o addirittura immorale.
Il Bagaglio Invisibile che Portiamo in Ufficio
Nessuno entra in ufficio come un foglio bianco. Ci portiamo dietro tutta la nostra storia personale: le insicurezze che abbiamo sviluppato crescendo, i traumi relazionali mai completamente elaborati, le ferite che pensiamo di aver superato ma che in realtà sono solo coperte da una sottile crosta. E tutto questo bagaglio emotivo non resta parcheggiato fuori dalla porta quando timbriamo il cartellino.
Molti comportamenti di sabotaggio nascono proprio da conflitti interiori irrisolti. Una persona che ha vissuto esperienze di abbandono o tradimento importanti potrebbe sabotare preventivamente le relazioni lavorative per “proteggersi” da future delusioni. È una profezia che si autoavvera: “Tanto prima o poi mi tradiranno tutti, quindi meglio tenere le distanze o colpire per primi”. Non è razionale, non è giusto verso i colleghi che non c’entrano nulla, ma è un meccanismo di difesa psicologico potentissimo.
Oppure pensiamo a chi è cresciuto in famiglie dove l’amore e l’approvazione erano strettamente legati ai risultati: bel voto a scuola, bravo; voto mediocre, delusione. Queste persone spesso sviluppano un’ansia da prestazione talmente forte che ogni collega competente diventa inconsciamente una minaccia esistenziale: “Se lui fa bene, io vengo automaticamente svalutato”. Il cervello si attiva come se fosse davvero una questione di sopravvivenza emotiva.
Quanto Costa Davvero il Sabotaggio
Ok, tutta questa psicologia è affascinante, ma quali sono le conseguenze concrete? Gli studi sui comportamenti di sabotaggio lavorativo hanno rilevato cali di produttività significativi nei team dove queste dinamiche sono presenti. Ma i numeri freddi raccontano solo una parte della storia.
Il costo umano è devastante. Le persone esposte a lungo termine a comportamenti di sabotaggio sul lavoro sviluppano sintomi di stress post-traumatico, ansia, sintomi depressivi, disturbi del sonno indotti dall’angoscia. Parliamo di persone che la domenica sera iniziano già a stare male al pensiero del lunedì mattina, che si svegliano nel cuore della notte con l’ansia, che perdono la fiducia nelle proprie capacità professionali.
E c’è un paradosso amaro: anche chi sabota paga un prezzo altissimo. Mantenere attivi questi meccanismi difensivi richiede un’energia psichica enorme. Devi costantemente monitorare cosa fanno gli altri, costruire e mantenere alleanze, tenere alta la guardia, alimentare il rancore. È estenuante. Alla lunga, anche il sabotatore si ritrova esausto, insoddisfatto e spesso inconsapevole di essere lui stesso la causa del proprio malessere.
Narcisismo e Manipolazione Consapevole
Finora abbiamo parlato soprattutto di meccanismi inconsci, ma sarebbe disonesto non menzionare che a volte il sabotaggio è molto più deliberato e calcolato. Le ricerche sul narcisismo nel contesto lavorativo mostrano che alcune persone con tratti narcisistici marcati sabotano attivamente i colleghi percepiti come minacce al proprio status o alla propria immagine.
In questi casi il meccanismo è diverso: non è tanto la proiezione di insicurezze profonde quanto una strategia manipolativa per mantenere controllo e ammirazione. Il narcisista in ufficio crea alleanze strategiche, sparge pettegolezzi mirati, sminuisce i successi altrui non per difendersi da paure interne ma semplicemente per assicurarsi che i riflettori rimangano sempre puntati su di lui. Il knowledge sabotage è forma estrema di questi comportamenti controproducenti sul lavoro.
Questi individui sono particolarmente abili nel creare quello che in psicologia si chiama “splitting”, cioè dividere il gruppo in “buoni” (chi li sostiene incondizionatamente) e “cattivi” (chi viene percepito come minaccia o critico). È un tipo di sabotaggio più sottile ma devastante per la coesione di un team, perché polarizza le relazioni e rende impossibile una collaborazione autentica.
Sei la Vittima o il Sabotatore?
A questo punto probabilmente ti starai facendo delle domande. Magari stai ripensando a quel collega impossibile, o forse, e questo richiede un bel po’ di coraggio, ti stai chiedendo se alcuni di questi comportamenti non appartengano anche a te.
Se sei vittima di sabotaggio, i segnali sono abbastanza chiari: ti senti costantemente minato nelle tue iniziative, i tuoi successi vengono regolarmente sminuiti o ignorati, noti che certe persone creano coalizioni contro di te, oppure incontri resistenze inspiegabili quando proponi collaborazioni. La sensazione generale è di camminare sulle uova, di dover costantemente difenderti o giustificarti anche quando hai fatto tutto bene.
Ma se fossi tu a sabotare, anche inconsciamente? Fai attenzione a questi pattern: provi un fastidio sproporzionato quando un collega ha successo? Cerchi automaticamente il lato negativo nei risultati degli altri? Eviti la collaborazione perché “è più facile fare da solo” o, se sei onesto, perché hai paura che l’altro possa brillare più di te? Ti ritrovi a creare alleanze basate principalmente su chi criticare o su cosa lamentarsi?
Come Spezzare il Ciclo
La buona notizia è che questi pattern non sono condanne a vita. Se riconosci di mettere in atto comportamenti di sabotaggio, il primo passo fondamentale è l’autoconsapevolezza. La psicologia clinica è chiara su questo: nominare un meccanismo difensivo, riconoscerlo per quello che è, è già metà del lavoro necessario per disattivarlo.
Prova a farti questa domanda brutalmente onesta: “Cosa mi fa davvero paura in questa situazione?” Spesso dietro il bisogno di sminuire un collega c’è la paura profonda di non essere abbastanza. Dietro l’evitamento della collaborazione c’è il terrore di essere esposto come inadeguato o incompetente. Riconoscere queste paure, guardarle in faccia, permette di affrontarle in modi più costruttivi che non danneggiano né te né gli altri.
Un’altra strategia efficace è quella che gli psicologi chiamano “mentalizzazione”, cioè cercare di capire cosa sta succedendo nella mente dell’altro. Se un collega ti sta sabotando, invece di reagire solo con rabbia o frustrazione, prova a chiederti: “Cosa potrebbe spaventare così tanto questa persona da farle mettere in atto questi comportamenti?” Non si tratta di giustificare comportamenti dannosi o di lasciarsi calpestare. Si tratta di comprendere la dinamica per gestirla meglio. Quando capisci che il comportamento dell’altro non riguarda veramente te ma le sue paure interne, smette di avere lo stesso potere di ferirti.
Creare Ambienti di Lavoro Dove il Sabotaggio Perde Terreno
La responsabilità non può ricadere solo sugli individui. La psicologia organizzativa è molto chiara: gli ambienti di lavoro che favoriscono sicurezza psicologica vedono ridursi drasticamente i comportamenti di sabotaggio. Ma cosa significa davvero sicurezza psicologica in un contesto professionale?
Significa creare un ambiente dove le persone si sentono libere di esprimersi, fare domande, ammettere dubbi o errori senza paura di essere giudicate, ridicolizzate o punite. Dove sbagliare è visto come opportunità di apprendimento, non come motivo di vergogna o come prova di inadeguatezza. Dove il successo di uno viene percepito come successo collettivo, non come minaccia personale.
In questi contesti i meccanismi di difesa come la proiezione e il sabotaggio diventano semplicemente meno necessari. Se non ho paura di essere giudicato inadeguato ogni volta che commetto un errore, non ho bisogno di sminuire il successo del collega per sentirmi meglio. Se so che il mio valore è riconosciuto indipendentemente dai risultati del singolo progetto, non percepisco gli altri come minacce da neutralizzare.
Un elemento cruciale per interrompere questi pattern tossici è la comunicazione diretta e autentica. Troppo spesso sul lavoro ci muoviamo in una danza elaborata di non-detti, allusioni, messaggi indiretti e passive-aggressive. Questo terreno è perfetto per far crescere dinamiche di sabotaggio come funghi dopo la pioggia. Affrontare direttamente, ma con intelligenza emotiva, i comportamenti problematici può essere incredibilmente efficace. Invece di lamentarsi con altri colleghi o creare contro-alleanze, prova a dire qualcosa tipo: “Ho notato che ultimamente sembra difficile collaborare insieme su questo progetto. Possiamo parlarne? C’è qualcosa che ti preoccupa o che possiamo chiarire?”
Attenzione: questo approccio non funziona con tutti. Con personalità manipolative consapevoli o con narcisisti patologici rischi solo di dare loro munizioni. Ma con persone che agiscono meccanismi difensivi inconsci, una comunicazione aperta e non giudicante può letteralmente spezzare il pattern. Improvvisamente la minaccia astratta diventa un essere umano reale con cui è possibile dialogare.
Ripensando a tutto questo viaggio nella psicologia del sabotaggio lavorativo, alcune cose emergono con chiarezza. Prima di tutto, i comportamenti che sembrano inspiegabili, cattivi o assurdi hanno quasi sempre radici psicologiche profonde e complesse. Nessuno si sveglia al mattino con l’intenzione consapevole di rovinare la giornata ai colleghi. Dietro questi pattern ci sono paure, insicurezze, ferite che chiedono di essere viste, comprese e curate.
Secondo, serve compassione, sia verso gli altri che verso noi stessi. Comprendere i meccanismi psicologici dietro il sabotaggio non significa giustificare comportamenti oggettivamente dannosi o accettare di essere trattati male. Significa avere una prospettiva più umana, meno giudicante, più capace di vedere la sofferenza che sta sotto la superficie dei comportamenti. E infine, c’è speranza. Questi pattern possono cambiare, evolversi, essere superati. Con autoconsapevolezza, lavoro su se stessi, comunicazione autentica e ambienti di lavoro più sani e psicologicamente sicuri, è davvero possibile costruire relazioni professionali basate sulla collaborazione autentica piuttosto che sulla difesa e sul sabotaggio.
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